L’8 marzo 1964, a casa di Ricky, nella sua bella enciclopedia grande e lunga come un treno, ho letto il nome della cosa da cui esce l’urina delle donne: lavùlva. Ricky dice che sarebbe “il cazzo delle donne”, ma io penso che lui si sbaglia. Lavùlva mi sembra che, da piccolo, l’ho vista volare: si tratta di quei batuffoli bianchi che somigliano alle piume ed escono pure, infatti, dai cuscini. Il cielo è pieno di lavùlva. Il cazzo, invece, io non l’ho mai visto volare. Credo che le donne, per non farsela scappare via, si appiccichino lavùlva addosso con la colla.
26/04/11
20/04/11
Composizione:
uccimorboincapsulatato, girandolanaxenorazzacipina, immunomagoassentedone, magmatimorsecavandonitrofuocato, matusalvamofetudirgonassanocanico, pentalienzagustezzopiroso, natumeccanoquanzienteborato, multiapparsidaquanderasvanito di odio, nitrogliceridacquadiscioltolata, vonsidrosantobatuffomixicillina.
Eccipienti: minuscomondocoquadropanico di possiamo, trilidiodicomputocarneplasticellulamixato, metaorrendocurvatico di galassio elettrogiasploso, nolimispaziomatematadessormicina.
Eccipienti: minuscomondocoquadropanico di possiamo, trilidiodicomputocarneplasticellulamixato, metaorrendocurvatico di galassio elettrogiasploso, nolimispaziomatematadessormicina.
19/04/11
Rullio di un treno
Rullio di un treno
Intorno piante imbiancate
Neve incessante e un unico binario verso il nord.
Sul vagone troppo riscaldato una coppia addormentata
Un solitario nobiluomo e un denso silenzio
Profumo di pipa e di lavanda
I passi del capo treno ancora riecheggiano
Tra i sedili di stoffa.
La Hauptbahnhof di Brema era affollata
Un lungo vociare in una lingua aspra
Il ghiaccio sui vetri delle carrozze
E i vetturini infreddoliti nei pastrani di lana grezza
L'alba oltre i tetti della città.
La neve ora ha smesso di cadere e il paesaggio è una manto disteso di bianco
Un albero, una coppia di arbusti e una traccia di orme confuse
Rare tracce di un mondo innevato.
Brema e' ormai lontana
Il nord vicino in questo luogo
Un bambino piange nella carrozza vicina
Un altro rumore, un tonfo
Poi ancora silenzio
Bianca è la linea dell'orizzonte.
Il rullio si fa dolce mentre tutto scivola nel sonno
Grigio nel cielo il sole è un pallido alone
Nella valigia un dispaccio
Alcune carte e nuove guerre
Il Mare del Nord non e' lontano.
L'imperatore aspetta
La neve è tornata a cadere
Il treno pare rallentare
Ancora piange il bambino
E fuori non vi sono più ne arbusti nè alberi
Distesa immota di bianco
E Il binario che piano scompare
Sommerso.
Intorno piante imbiancate
Neve incessante e un unico binario verso il nord.
Sul vagone troppo riscaldato una coppia addormentata
Un solitario nobiluomo e un denso silenzio
Profumo di pipa e di lavanda
I passi del capo treno ancora riecheggiano
Tra i sedili di stoffa.
La Hauptbahnhof di Brema era affollata
Un lungo vociare in una lingua aspra
Il ghiaccio sui vetri delle carrozze
E i vetturini infreddoliti nei pastrani di lana grezza
L'alba oltre i tetti della città.
La neve ora ha smesso di cadere e il paesaggio è una manto disteso di bianco
Un albero, una coppia di arbusti e una traccia di orme confuse
Rare tracce di un mondo innevato.
Brema e' ormai lontana
Il nord vicino in questo luogo
Un bambino piange nella carrozza vicina
Un altro rumore, un tonfo
Poi ancora silenzio
Bianca è la linea dell'orizzonte.
Il rullio si fa dolce mentre tutto scivola nel sonno
Grigio nel cielo il sole è un pallido alone
Nella valigia un dispaccio
Alcune carte e nuove guerre
Il Mare del Nord non e' lontano.
L'imperatore aspetta
La neve è tornata a cadere
Il treno pare rallentare
Ancora piange il bambino
E fuori non vi sono più ne arbusti nè alberi
Distesa immota di bianco
E Il binario che piano scompare
Sommerso.
18/04/11
Cuxhaven
La strada che portava al Mare del Nord era nascosta
Coperta di neve, confondeva se stessa col bianco
Delle case, delle rade nuvole e di un gabbiano
Pellegrino nella terra ferma.
Scolaretti correvano disordinati
Inseguiti dalla voce della matrona
E di una religiosa che si segnava ripetutamente
Amen Pater Noster Virgo Maria.
Biondi e slavati i bambini parevano creature invernali
Sbucate dal ghiaccio come relitti di un mercantile naufragato.
Le loro urla si fecero lontane
Un suono di violino riempì l'aria
Esercizi stonati di una giovane in età da matrimonio
Rubiconda e con la lunga treccia ad impacciare l’archetto:
Brema era vicina e molti affari dovevano ancora compiersi
Nel borgo affacciato sul mare
Sbuffava il treno delle dieci per Amburgo
Un getto di grigio oltre le guglie gotiche
E intorno un muro e la piccola piazza
Lì una statua sensualmente supina
Languida giaceva,
Vaga allegoria della libertà di quel tempo.
Una carrozza correva
Con un galoppo confuso sul selciato ghiacciato.
Il mare ancora lontano.
L'indomani la nave sarebbe partita
Lentamente lungo una delle rotte della lega anseatica
Dal porto nuovo verso est o forse il sud
Carica di merci, di marinai
E di bellici dispacci.
Il freddo era pungente
Il pastrano avvolto con un colbacco pesante sulla testa
La linea dell’acqua ancora non si vedeva e il tratto si faceva scivoloso
Un tonfo lontano, forse un tuono
O un cannone a salve
Partivano le navi per New York
Là in fondo a quella via,
Là sul mare del Nord.
Coperta di neve, confondeva se stessa col bianco
Delle case, delle rade nuvole e di un gabbiano
Pellegrino nella terra ferma.
Scolaretti correvano disordinati
Inseguiti dalla voce della matrona
E di una religiosa che si segnava ripetutamente
Amen Pater Noster Virgo Maria.
Biondi e slavati i bambini parevano creature invernali
Sbucate dal ghiaccio come relitti di un mercantile naufragato.
Le loro urla si fecero lontane
Un suono di violino riempì l'aria
Esercizi stonati di una giovane in età da matrimonio
Rubiconda e con la lunga treccia ad impacciare l’archetto:
Brema era vicina e molti affari dovevano ancora compiersi
Nel borgo affacciato sul mare
Sbuffava il treno delle dieci per Amburgo
Un getto di grigio oltre le guglie gotiche
E intorno un muro e la piccola piazza
Lì una statua sensualmente supina
Languida giaceva,
Vaga allegoria della libertà di quel tempo.
Una carrozza correva
Con un galoppo confuso sul selciato ghiacciato.
Il mare ancora lontano.
L'indomani la nave sarebbe partita
Lentamente lungo una delle rotte della lega anseatica
Dal porto nuovo verso est o forse il sud
Carica di merci, di marinai
E di bellici dispacci.
Il freddo era pungente
Il pastrano avvolto con un colbacco pesante sulla testa
La linea dell’acqua ancora non si vedeva e il tratto si faceva scivoloso
Un tonfo lontano, forse un tuono
O un cannone a salve
Partivano le navi per New York
Là in fondo a quella via,
Là sul mare del Nord.
15/03/11
Le balene di Maath / Zombie Carpocalypse - eBook
Segnaliamo l'uscita di questo ebook Kipple: Le balene di Maath / Zombie Carpocalypse. L'epub, come al solito senza DRM, contiene i due splendidi racconti vincitori del primo Premio Short-Kipple: Le balene di Maath, di Giuseppe Agnoletti, e Zombie Carpocalypse, di Domenico Mastrapasqua.
L'epub è disponibile per il download, al prezzo ridicolo di 1€, cliccando su www.kipple.it/index.php?route=product/product&product_id=229 oltre che su altre piattaforme di vendita online, come Simplicissimus; presto, in vendita metteremo la versione cartacea, che costerà 3€.
La redazione di Kipple Officina Libraria desidera ringraziare, complimentandosi, i vincitori del Premio.
>>> da Kipple Officina Libraria WebLog
22/02/11
Spettro sugli spalti
Silenzio
Dove sono I brusii
Il mormorio e le soffuse urla
Il latrato il pianto
La preghiera l'invocazione
Lo scroscio
Il gracchiare
La rivolta nel mio sangue
La rabbia?
Deserto regno
Vedo rovine e macerie
Riconosco le tracce
E sprofondo in una desiderata dimora
Consueta devastazione
Vita
Sono il re pescatore
L'hidalgo il folle predicatore
L'eresiarca
Il santo arso
Il cenobita
La Parola.
Siedo su un masso
E aspetto
Nessuna verità
Nessun cadavere
Ogni cosa è già morta
Putrida alla deriva
Di niente
Polvere e vento
Sipario nero
Chiamate l'attore
La recita è finita
Che se ne vada
Se ne vada!
Se solo sapessi ancora una volta
Morire
Dormire
Senza sognare ad Elsinor
L'eco urla nel salone
Un rivolo di sangue si fa incontro
Al nuovo re che arriva
E nel fiume non vi è più nemmeno Ofelia.
Un teschio rotola sul selciato
E una risata si fa beffe di un uomo
Spettro sugli spalti.
Dove sono I brusii
Il mormorio e le soffuse urla
Il latrato il pianto
La preghiera l'invocazione
Lo scroscio
Il gracchiare
La rivolta nel mio sangue
La rabbia?
Deserto regno
Vedo rovine e macerie
Riconosco le tracce
E sprofondo in una desiderata dimora
Consueta devastazione
Vita
Sono il re pescatore
L'hidalgo il folle predicatore
L'eresiarca
Il santo arso
Il cenobita
La Parola.
Siedo su un masso
E aspetto
Nessuna verità
Nessun cadavere
Ogni cosa è già morta
Putrida alla deriva
Di niente
Polvere e vento
Sipario nero
Chiamate l'attore
La recita è finita
Che se ne vada
Se ne vada!
Se solo sapessi ancora una volta
Morire
Dormire
Senza sognare ad Elsinor
L'eco urla nel salone
Un rivolo di sangue si fa incontro
Al nuovo re che arriva
E nel fiume non vi è più nemmeno Ofelia.
Un teschio rotola sul selciato
E una risata si fa beffe di un uomo
Spettro sugli spalti.
17/02/11
Se muore,
se ne potrà cambiare il contenuto in ogni momento, approfittando dell'oblio e dell'indifferenza. Mentre se si trasforma, a un tempo cambiando e rimanendo fedele a se stesso, sfuggirà sempre alle dita impolverate della filologia revisionista.
15/02/11
Stasera...
Segnalo questo sublime post dell'amico Piro. Il titolo del pezzo è "Stasera..." e parla della seconda vita di Mike Bongiorno, della coprofagia di Gianni Morandi e di altri demoni che infestano le nostre case attraverso il tubo catodico. Leggete e meditate.
7
09/02/11
Immettere informazione per evitare il trapasso
Pre-morte. Questa è in fin dei conti la condizione del Connettivismo in questi difficili giorni, che lo si voglia ammettere o meno. Il corredo genetico della Sorgente Aperta è un insieme di proteine memetiche autoreplicanti, nate dall'aggregazione senziente di materiale residuale e molteplice accumulatosi in anni di ricombinazione di precedenti paradigmi dissolti. Una volta formatosi il Nuovo Paradigma, questo poteva crescere soltanto nel buio più assoluto, come una bella di notte che lontana dal mortifero veleno solare ha la sua sola possibilità di espansione. E così è stato per diversi anni, sommamente fecondi e produttivi. Poi sono giunte nuove ambigue istruzioni, all'inizio confuse tra i tanti flussi cognitivi e infine iniettate nel genoma concettuale del Movimento da retrovirus assolutamente estranei alla sua natura. Forse proprio la definizione di Sorgente Aperta ha appiattito le nostre difese immunitarie, impedendo il riconoscimento dell'alienità di questi comandi deleteri. Perché tutte le istruzioni maliziose usano mascherarsi. Un punto debole esiziale ha funto da porta d'ingresso, portando ad una situazione hiv-simile. Una volta avvenuta la fatale iniezione e disattivati gli anticorpi, niente è più stato lo stesso. Così penso che per contrastare questa tendenza luttuosa, pur senza troppe speranze di successo, sia necessario innestare vaccini costituiti da potenti flussi informativi. Riportare le cose all'Origine. E soprattutto è neccessario rifuggire i riflettori, cancri fotonici capaci di inibire ogni creatività e di far avvizzire ogni perfezione, esponendola alla desolazione del mondo e alle sue perfide logiche di mercato.
08/02/11
Escludere una presenza da uno spazio vuoto
Escludere una presenza da uno spazio vuoto
Silenziosa contemplazione di una realtà che si distorce
Piaghe ferite da cui suppura un colloso niente
Colori e forme che s'accartocciano e il piano svanisce senza l'eco di note
Stelle bianche sbiadite su un telo e un vago disegno s'intreccia nel cielo
Notte, ascoltare un insetto che graffia un suono metallico e un neon cinguetta incantato,
Ho pregato divinità ancora una volta estinte e intorno odore di cera e incenso e il legno di una piccola chiesa medievale
Rintocchi lungo la valle e un'ombra corre a fianco di un rivo
Nessun rumore ovunque.
Ogni cosa trae un nuovo significato e l'alba stenta ad arrivare
Finti orizzonti che si inseguono in un nero rancoroso
Invocazioni e urla
Lacrime e saliva e deserto regno
Parola deserta il regno
Un re e un pescatore e niente altro
Silenziosa contemplazione di una realtà che si distorce
Piaghe ferite da cui suppura un colloso niente
Colori e forme che s'accartocciano e il piano svanisce senza l'eco di note
Stelle bianche sbiadite su un telo e un vago disegno s'intreccia nel cielo
Notte, ascoltare un insetto che graffia un suono metallico e un neon cinguetta incantato,
Ho pregato divinità ancora una volta estinte e intorno odore di cera e incenso e il legno di una piccola chiesa medievale
Rintocchi lungo la valle e un'ombra corre a fianco di un rivo
Nessun rumore ovunque.
Ogni cosa trae un nuovo significato e l'alba stenta ad arrivare
Finti orizzonti che si inseguono in un nero rancoroso
Invocazioni e urla
Lacrime e saliva e deserto regno
Parola deserta il regno
Un re e un pescatore e niente altro
04/02/11
Turpe
Un sogno schifoso, imbarazzante, abominevole. Eppure sento l'impulso di raccontarlo ugualmente in questa sede. Mi trovavo in un vano sotterraneo posto sotto la linea gialla metropolitana di Milano. Sembrava un sepolcro, tutto fatto di marmo grigio e illuminato da fioche luci. Ero in quell'ambiente con la bionda A., e copulavo selvaggiamente con lei. Sembrava una cosa reale, tanto era densa, palpabile. Eravamo entrambi nudi, e io la penetravo con impeto, finendo con l'eiaculare più volte dentro di lei. Ogni volta che emettevo il seme, mi tornava subito una poderosa erezione e riprendevo. Ero del tutto privo di intelletto, come una bestia, non mi si formavano parole in testa e pensavo soltanto ad ancheggiare, la mia virilità turgida nel vaso della bionda A., mi stupivo di quanto fosse imponente il priapo tumefatto. Il più delle volte eravamo faccia a faccia, altre more ferarum. Ad un certo punto mi sono accorto che c'era qualcuno che ci osservava da una specie di finestrino di vetro annerito. Ho così intravisto Aldo, Giovanni e Giacomo. Sentivo che facevano commenti volgari, facendo notare che lo facevamo come animali, che lei non mi faceva neanche un pompino, e via discorrendo. Le parole scorrevano dentro di me, le ricordavo ma non le capivo: quando la favella mi è tornata ero fuori dal talamo sepolcrale e mi aggiravo nella nebbia. Avevo un grande senso di fastidio alle vie urinarie e ai genitali: tutta quell'attività copulatoria mi aveva provocato una grave congestione. Nella Milano nebbiosa, davanti a me c'era un edificio universitario, e nell'aula magna si teneva un convegno. Sono entrato e mi sono seduto in un posto in prima fila. Quando il convegno ha avuto inizio, mi sono accorto che c'era M. L. seduta sul banco dietro di me, vestita di rosso. Mi sorrideva in modo lubrico e mi strusciava un piede nudo contro un braccio. Allora le ho preso il piede, e ho constatato che era lurido, con le unghie sporche e lunghe, simili ad artigli. Sono corso via fuggendo in preda a un disgusto viscerale, con i conati di vomito, l'odore di sudiciume che mi saturava le narici. Tutto d'un tratto mi sono ricordato che dovevo trovarmi alla stazione del metro con Logos e 7di9. Dovevamo andare a una convention del Connettivismo ed ero in ritardo pauroso. Dopo aver passato un tempo che mi parve eterno tra i diverticoli sotterranei, rischiando di perdermi, sono arrivato ad una specie di bar anomalo: il banco dove servivano bevande e cibi non era delimitato da pareti, ma si trovava nell'ambiente della metropolitana e aveva forma semicircolare. Il banco era di un bianco abbacinante, come il pavimento e le pareti. Era un open space fatto di plastica. C'erano cucine con fornelli e lavandini ricavati da blocchi di acciaio. Lì c'era il carissimo Logos che mi attendeva. Non c'era 7di9. Ci siamo messi a parlare. Lui vestiva con una giacca nera e una sciarpa bianca. Solo a quel punto ho visto che al banco c'era Giovanni X, con un cappello da chef in testa. Mi ha salutato e abbiamo parlato un po'. Con grande lucidità gli ho chiesto come mai il sito Next-Station non fosse ancora aggiornato. Lui mi ha risposto in modo incomprensibile, fuori dal contesto, e ha spinto davanti a me una gran padella piena zeppa di molluschi cotti e spinaci. I molluschi erano di una specie non identificata, sembravano vagamente seppie ed emanavano un cattivo odore. Gli ho chiesto spiegazione, e lui ridendo mi ha messo nel piatto gli spinaci, tenendo per sé i molluschi. Anche se erano andati a male, io volevo ingozzarmene, spinto da un impulso insano. Ero furibondo perché nel piatto avevo gli spinaci, che erano bolliti male e rinsecchiti, senza il minimo condimento. Ho afferrato la padella, strappandola di mano a Giovanni X, e ho cominciato a ingurgitarne il contenuto, bevendo una gran quantità di vino asprigno e mosso. Logos mi guardava con un'espressione di rimprovero, temendo che potessi vomitare sul banco. A questo punto mi sono svegliato e per qualche istante ero in panico, convinto assurdamente che la mia vergognosa avventura onirica con A. potesse averla ingravidata.
Movimenti culturali autointegrati e a sorgente aperta: differenze
Cosa distingue un movimento culturale autointegrato da un movimento culturale a sorgente aperta?
Un movimento culturale autointegrato è fonte esclusiva di se stesso, è portatore, cioè, oltre che di una fonte culturale autonomamente rinnovabile, di una struttura e di una visione del futuro stabili. Un movimento culturale a sorgente aperta, invece, è fonte di se stesso solo relativa, poiché si basa su di una struttura iniziale (un manifesto, per esempio) che non racchiude una forma definita e definitiva del proprio futuro.
Di cosa necessita un movimento culturale autointegrato?
Di nulla, solo di visibilità.
Di cosa necessita, al contrario, un movimento culturale a sorgente aperta?
Di tutto, di continui e sempre nuovi stimoli culturali, autointegrati come a sorgente aperta, di strutture cangianti e di futuri multipli sia dinamici che statici, capaci, cioè, sia di forgiare propri codici-sorgente, sia di configurare a loro volta una sorgente aperta. Un movimento culturale a sorgente aperta può quindi alimentare una sorgente innestata solo se la sorgente innestata alimenta a sua volta il movimento culturale a sorgente aperta.
Ma allora, un movimento a sorgente aperta non è un vero movimento.
Errato. Un movimento culturale a sorgente aperta è un movimento culturale, ma un movimento che nasce guardando al futuro senza crearlo. Le chiavi per accedere al futuro di un movimento culturale a sorgente aperta sono le sorgenti innestate che, nel tempo, decidono di fornire al movimento culturale a sorgente aperta strutture, visioni del futuro e codici-sorgente sempre nuovi.
Quando un movimento culturale a sorgente aperta può considerarsi morto?
Un movimento culturale a sorgente aperta può considerarsi morto quando viene scambiato per un movimento culturale autointegrato e quando le sorgenti innestate non portano una visione del futuro a un tempo del movimento culturale a sorgente aperta e di se stesse ma una visione del futuro della sola sorgente innestata. Le sorgenti culturali innestate, quindi, sono il futuro di un movimento culturale a sorgente aperta, non viceversa. Una sorgente culturale innestata non può rintracciare univocamente il proprio futuro in un movimento culturale a sorgente aperta, poiché solo un movimento culturale autointegrato racchiude in sé una fonte, una struttura e un futuro autopoietici.
Un movimento culturale autointegrato è fonte esclusiva di se stesso, è portatore, cioè, oltre che di una fonte culturale autonomamente rinnovabile, di una struttura e di una visione del futuro stabili. Un movimento culturale a sorgente aperta, invece, è fonte di se stesso solo relativa, poiché si basa su di una struttura iniziale (un manifesto, per esempio) che non racchiude una forma definita e definitiva del proprio futuro.
Di cosa necessita un movimento culturale autointegrato?
Di nulla, solo di visibilità.
Di cosa necessita, al contrario, un movimento culturale a sorgente aperta?
Di tutto, di continui e sempre nuovi stimoli culturali, autointegrati come a sorgente aperta, di strutture cangianti e di futuri multipli sia dinamici che statici, capaci, cioè, sia di forgiare propri codici-sorgente, sia di configurare a loro volta una sorgente aperta. Un movimento culturale a sorgente aperta può quindi alimentare una sorgente innestata solo se la sorgente innestata alimenta a sua volta il movimento culturale a sorgente aperta.
Ma allora, un movimento a sorgente aperta non è un vero movimento.
Errato. Un movimento culturale a sorgente aperta è un movimento culturale, ma un movimento che nasce guardando al futuro senza crearlo. Le chiavi per accedere al futuro di un movimento culturale a sorgente aperta sono le sorgenti innestate che, nel tempo, decidono di fornire al movimento culturale a sorgente aperta strutture, visioni del futuro e codici-sorgente sempre nuovi.
Quando un movimento culturale a sorgente aperta può considerarsi morto?
Un movimento culturale a sorgente aperta può considerarsi morto quando viene scambiato per un movimento culturale autointegrato e quando le sorgenti innestate non portano una visione del futuro a un tempo del movimento culturale a sorgente aperta e di se stesse ma una visione del futuro della sola sorgente innestata. Le sorgenti culturali innestate, quindi, sono il futuro di un movimento culturale a sorgente aperta, non viceversa. Una sorgente culturale innestata non può rintracciare univocamente il proprio futuro in un movimento culturale a sorgente aperta, poiché solo un movimento culturale autointegrato racchiude in sé una fonte, una struttura e un futuro autopoietici.
17/01/11
Misericordia e il nome
Misericordia e il nome
Liturgico rituale che si ripete
Cerimonie astratte in gotici edifici
Navate di canti senza altari
Vuoto e silenzio
Bave di vento freddo
E tonsure insanguinate
Uno scheletro danza sul ricordo di un santo
Agiografia disturbata
Culto di niente
Pioggia velata
E benedizione senza parola
Blasfemie
Ancora versi rimati
Bassorilievi
Caronte aspetta l'obolo.
Liturgico rituale che si ripete
Cerimonie astratte in gotici edifici
Navate di canti senza altari
Vuoto e silenzio
Bave di vento freddo
E tonsure insanguinate
Uno scheletro danza sul ricordo di un santo
Agiografia disturbata
Culto di niente
Pioggia velata
E benedizione senza parola
Blasfemie
Ancora versi rimati
Bassorilievi
Caronte aspetta l'obolo.
13/01/11
La cenere nella pancia
Voglia di appiccare il fuoco alle budella.
Un desiderio di carne bruciata. Di carne altrui. Bruciata.
Quando il silenzio rivela il non detto,
la liberazione passa nel mezzo della cancellazione
del Nulla che si annida nelle cose – delle cose.
Un desiderio di carne bruciata. Di carne altrui. Bruciata.
Quando il silenzio rivela il non detto,
la liberazione passa nel mezzo della cancellazione
del Nulla che si annida nelle cose – delle cose.
11/01/11
Killer Cow
Nascosta dietro a un cespuglio, la Mucca Killer aspetta l'arrivo di pullman ricolmi di vecchietti oppure di operai o di studenti delle superiori. La Mucca Killer ha dita, gomiti e pollici opponibili. Qualcuno dice che sia nata in laboratorio. Conosco una strega convinta dell'esistenza della Madre di Tutte le Mucche Killer. Questa strega dice che la Madre di Tutte le Mucche Killer non è poi tanto male, che non è una pazza omicida. La Mucca Killer che tutti conosciamo, quella che ci sembra di scorgere ai bordi di un'autostrada mentre viaggiamo di notte, uccide per bere il sangue delle vittime – è tipo una mucca vampiro. La Mucca Killer avrebbe una madre per niente malvagia, che bruca e partorisce. La Madre di Tutte le Mucche Killer ne partorisce una al mese, di Mucche Killer. Non è cattiva, però: partorisce e basta.
Smettere il mondo
Smettere il mondo
Svestirsi del tempo e dei luoghi
Precipitare lungo una dorsale di silenziose icone
Rarefatte densità ed eretiche invocazioni
Significati spogli alla deriva su scacchiere d'osso
Legno di croci, ferro di chiodi
Alchemiche visioni
Nero nel rosso e squarci
Deserte metafisiche di pittori folli
Menestrelli medioevali danzano alle pendici di un Golgota che non ha fine
Aprire gli occhi
Iride in arcobaleni
Ogni cosa giace in un momento identico
Un uomo cammina chino nel peso
Nubi e sciabordii lontani
Ghiaccio e neve tagliente
Cumuli di sensi ai margini della strada
L'orizzonte e' un tratto nero sottile
Oltre un crocicchio la luna.
Madri del silenzio
Donne squassate nel dolore e urla
Lacrime miracolose in calici leggendari
E sangue
Riti antichi di guerrieri
Spade e sciacalli
Sacerdotale vestigia di morte
Dalle tue labbra una goccia densa cade sul mio corpo
E tutto svanisce.
Smettere il mondo
Distillare nel sangue
La parola che io sono
Metallico sapore mai pronunciato.
Svestirsi del tempo e dei luoghi
Precipitare lungo una dorsale di silenziose icone
Rarefatte densità ed eretiche invocazioni
Significati spogli alla deriva su scacchiere d'osso
Legno di croci, ferro di chiodi
Alchemiche visioni
Nero nel rosso e squarci
Deserte metafisiche di pittori folli
Menestrelli medioevali danzano alle pendici di un Golgota che non ha fine
Aprire gli occhi
Iride in arcobaleni
Ogni cosa giace in un momento identico
Un uomo cammina chino nel peso
Nubi e sciabordii lontani
Ghiaccio e neve tagliente
Cumuli di sensi ai margini della strada
L'orizzonte e' un tratto nero sottile
Oltre un crocicchio la luna.
Madri del silenzio
Donne squassate nel dolore e urla
Lacrime miracolose in calici leggendari
E sangue
Riti antichi di guerrieri
Spade e sciacalli
Sacerdotale vestigia di morte
Dalle tue labbra una goccia densa cade sul mio corpo
E tutto svanisce.
Smettere il mondo
Distillare nel sangue
La parola che io sono
Metallico sapore mai pronunciato.
15/12/10
30/10/10
Novunque
Nella Solitudine relativa di un Cosmo in Espansione, Tempo e Spazio sussurrano Ninne Nanne incoerenti.
13/10/10
Sfregio nel niente
Rimasi un po’ indietro
Quasi defilato
L’esercito passava
Verde nel suo scivolare
Serpente di uomini
Volti senza traccia
Come su un ponte
Alla deriva
Guardando il passo
Identico ancora
E io fermo osservavo
L’indifferenza.
Un gesto secco,
Piantai un pezzo di legno
Gibboso e curvo
Sul cumulo lieve
Terriccio smosso
Dissotterrato e poi coperto
Sopra un corpo
Cadavere d’uomo
Senza nome
Senza neppure la vita
Che aveva vissuto
Scomparso lì
Nel presente
In ogni futuro
E nel suo passato
Ovunque morto
Nella neve
Nel freddo
Nel nulla di una distesa
Fredda.
Un paletto di legno
Il mio umano artificio
Qui giace l’uomo
Un uomo
Egli
Non toccate il ramo
Silenziosa lapide
Sfregio nel niente
Traccia nel ricordo
Testimonianza ultima.
Eternare.
Quasi defilato
L’esercito passava
Verde nel suo scivolare
Serpente di uomini
Volti senza traccia
Come su un ponte
Alla deriva
Guardando il passo
Identico ancora
E io fermo osservavo
L’indifferenza.
Un gesto secco,
Piantai un pezzo di legno
Gibboso e curvo
Sul cumulo lieve
Terriccio smosso
Dissotterrato e poi coperto
Sopra un corpo
Cadavere d’uomo
Senza nome
Senza neppure la vita
Che aveva vissuto
Scomparso lì
Nel presente
In ogni futuro
E nel suo passato
Ovunque morto
Nella neve
Nel freddo
Nel nulla di una distesa
Fredda.
Un paletto di legno
Il mio umano artificio
Qui giace l’uomo
Un uomo
Egli
Non toccate il ramo
Silenziosa lapide
Sfregio nel niente
Traccia nel ricordo
Testimonianza ultima.
Eternare.
24/09/10
Di là, nel Freddo.
Il crocicchio ci colse di sorpresa
Strade e strade in grovigli di direzioni
E il Generale pensoso a scrutar mappe
Carte, Comandanti e Attendenti
Venivamo da ovest
C’era chi diceva da sud
Forse nord
Ma non era est
Il serpente verde si disperse caotico
Non v’era più ragione della sua esistenza
L’andare, l’avanzare
Nella pianura infinita
Nella nebbia e nel freddo
Un pallido sole rischiarava i dintorni
Vidi una torre diroccata
E mi parve di riconoscerla
Ma certamente mi sbagliavo
Fu chiamato il vescovo
Accompagnato dal pretino
Che puzzava di morte
L’alto prelato giunse in pantofole
E lo ricordo un po’ in panciolle
Il ventre gonfio il viso rubicondo
Dispensava benedizioni
Come una dama baci e un boia dolore
E nel mezzo del crocevia si fermò
Toccò la terra, pregò il suo dio
Chiuse gli occhi e fece un gesto
Di là
Disse.
E il Generale disse
Di là
E il pretino disse
Di là
E tutti dissero
Di là
E senza sapere perché
Andammo
Di là.
Strade e strade in grovigli di direzioni
E il Generale pensoso a scrutar mappe
Carte, Comandanti e Attendenti
Venivamo da ovest
C’era chi diceva da sud
Forse nord
Ma non era est
Il serpente verde si disperse caotico
Non v’era più ragione della sua esistenza
L’andare, l’avanzare
Nella pianura infinita
Nella nebbia e nel freddo
Un pallido sole rischiarava i dintorni
Vidi una torre diroccata
E mi parve di riconoscerla
Ma certamente mi sbagliavo
Fu chiamato il vescovo
Accompagnato dal pretino
Che puzzava di morte
L’alto prelato giunse in pantofole
E lo ricordo un po’ in panciolle
Il ventre gonfio il viso rubicondo
Dispensava benedizioni
Come una dama baci e un boia dolore
E nel mezzo del crocevia si fermò
Toccò la terra, pregò il suo dio
Chiuse gli occhi e fece un gesto
Di là
Disse.
E il Generale disse
Di là
E il pretino disse
Di là
E tutti dissero
Di là
E senza sapere perché
Andammo
Di là.
Iscriviti a:
Post (Atom)
